Quando Anna non ci fu e Lucrezia era sola in casa: storia dell’amplesso più intenso della mia vita

Era una domenica tipicamente autunnale, dipinta da un cielo plumbeo, gli alberi ormai spogli di foglie, un po’ di pioggerellina e quella sensazione di voler trascorrere la propria giornata di riposo nel tepore delle quattro mura domestiche. L’assenza di Anna, però, mi pervadeva la mente. Erano ormai tre mesi che si trovava lontano, anche se col pensiero, quel cercarsi costantemente tramite messaggi e videochiamate, la sua presenza era costante. 

Il desiderio di possederla, ritrovarla tra le mie braccia, poter incrociare nuovamente i nostri occhi e lanciare  sguardi languidi ed intriganti non solo tramite un telefonino, erano diventati ormai insostenibili dentro di me. L’amore, la passione, quella sana voglia di cercarsi e trovarsi, sono una parte essenziale del mio modo di essere. E dopo tre mesi, il turbamento interiore era difficile da contenere. 

Quella voglia di condivisione anche nell’atto masturbativo 

Il sesso, quella maledetta e gioiosa voglia di godere, di sentirsi appagati nel saziare le libidinose esigenze di una donna smaniosa di raggiungere l’eden del piacere. La mia concezione del rapporto sessuale è sempre stata di estrema condivisione: godere per fare godere. Non cerco un esclusivo appagamento delle mie esigenze. 

Anche i momenti di solitudine, quelli in cui si afferra con forza il membro per placare i propri istinti più morbosi, li ritengo soddisfacenti solo se vengono condivisi con donne disinibite e perverse come quelle di Telefonoerotico365.it o di qualche webchat hot presente in rete. Godere in due, seppur a distanza, è estremamente piacevole, divertente e rilassante. Peccato, in tal senso, che Anna non l’abbia mai capito. 

E nei nostri discorsi a distanza, purtroppo, non entrava mai, in alcun modo, un po’ di sano autoerotismo condiviso. Troppo pudica, Anna. Troppo legata ad antichi e vecchi cliché che vedono nell’atto masturbativo una sorta di peccato, seppur veniale, commesso dall’uomo. Quella mattina, così uggiosa ed autunnale, decisi però di sistemare la cantina dopo svariati mesi. 

E in una scatola, apparentemente dedita alla posa di un paio di scarpe femminile, trovai un vibratore. Li per lì fui scioccato, basito dal fatto che Anna, come tante altre donne, fosse pudica a parole, ma dentro di sé covava un sentimento di perdizione sessuale molto forte. I dubbi, in quel momento, fecero capolino nella mia mente in misura sempre più costante. 

Quell’oggetto trovato casualmente mi fece cambiare ogni prospettiva

Chissà cos’altro mi nascondeva Anna, la mia Anna, se non aveva nemmeno il coraggio di dirmi che amava masturbarsi con un sexy toys. Chissà quante volte mi ha tradito. Chissà se in quel di Dusseldorf, dove ormai si trovava da tre mesi, oltre a gustare le tipiche pietanze locali non avesse deciso di sperimentare le abilità amorose degli uomini teutonici

Il moto di rabbia fu forte, intenso. Ma la ragione, quel sangue freddo che, tutto sommato, alberga nel mio carattere, ebbe la meglio. Ed io, ormai fedele da oltre un decennio alla mia adorata Anna, decisi che era venuto il momento di dare una svolta alla mia vita sessuale, alla ricerca di quelle sensazioni ormai sconosciute, antiche e probabilmente sopite in una parte del mio inconscio. 

Lucrezia, la nostra vicina di casa, era una cinquantenne molto piacente, curata, assai attenta ad apparire sempre estremamente piacente. E che, non lo nego, mi aveva sempre destato l’impressione che  non mi disprezzasse. Negli ultimi mesi, conscia dell’assenza di Anna, Lucrezia si era palesata sull’uscio di casa con scuse piuttosto banali: dalla richiesta di un po’ di sale da cucina a quella di sostituire alcune lampadine presenti in casa.

Era ormai evidente che bramava dalla voglia ardente di possedere il mio membro, passarlo vellutatamente tra le labbre prima di gustare a fondo il glande. Quella mattina novembrina, cupa e triste, poteva trasformarsi in una giornata indimenticabile. Lucrezia era solita fare la spesa la domenica mattina, per poi rincasare verso le 11,30. 

Lucrezia, la Dea del Peccato

Ed anche quella domenica, vestita da uno dei suoi sinuosi ed assai appariscenti tailleur, Lucrezia rincasò alle 11,30. Io ero lì, adulto ma con l’animo di un adolescente alle prese con i primi turbamenti interiori, che la spiavo dalla finestra di casa. E lei, affascinante più che mai, si avviava verso l’ingresso della nostra palazzina con quella camminata felpata e stuzzicante, orgogliosa, nonostante la “mezza età”, di poter sfoggiare un sedere da venticinquenne. 

Dopo cinque minuti dal suo ingresso, presi coraggio, mi avvicinai al pianerottolo dell’appartamento e suonai il campanello. Lucrezia aprì la porta, Era ancora con quel tailleur elegante e sexy al tempo stesso. E con uno sguardo memorabile, ancora oggi indelibile nelle mia mente, mi disse:”perché mi spiavi dalla finestra? Dai, entra. Era da tempo che ti aspettavo”. 

Mi prese per mano, mi lanciò dolcemente sul divano e si gettò a capofitto sopra di me. Le nostre lingue si incrociarono. Un bacio intenso, profondo, un trionfo di passionalità che, inevitabilmente, portò nell’arco di pochi minuti a ritrovarci completamente nudi. Gustai i suoi capezzoli duri e turgidi, il suo profumo femminile e vellutato, assaporai le sue grandi labbra e la penetrai, poi, con vigore. 

Il suo sguardo lussurioso, quella femminilità matura, naturale e rassicurante, fecero da corollario all’amplesso più appagante e coinvolgente della mia vita. Lucrezia, da lì a poco, si trasferì in un’altra città. E non ci furono, poi, altre occasioni di potersi accoppiare. Anna, infatti, rientrò improvvisamente da Dusseldorf e trovò un lavoro stabile. Ed anche il vibratore, come per incanto, sparì. Lucrezia, però, resta sempre indelebile nella mia mente, oggi, come allora, la mia Dea del peccato.